Situazione politica in Kenya
A cura di Saverio Morselli
Si fa fatica a conciliare il mare cristallino, i sontuosi .Resort., la natura
incontaminata, i safari fotografici e il sorriso degli abitanti con quanto è
accaduto e sta accadendo in Kenya. Ma come: non si trattava di un Paese
tranquillo, povero sì, ma ormai avviato verso una certa .normalizzazione. delle
contraddizioni economiche e sociali? Macchè.
Come si dice, il fuoco covava sotto la cenere. E la vittoria alle elezioni del
Presidente uscente Mawai Kibaki, ormai unanimemente riconosciuta come frutto di
consistenti brogli, ha fatto divampare le fiamme in gran parte della nazione:
disordini, saccheggi, uccisioni, villaggi distrutti e mattanze, discriminazione
etnica.
Analizzare la situazione politica ed economico-sociale del Kenya (come di un
qualsiasi altro Paese africano) richiederebbe pagine e pagine di
approfondimento su origini tribali, dominio coloniale, indipendenza, fino al
faticoso e spesso improbabile cammino verso un concetto di democrazia che
rimane gioco forza enormemente distante da quello che noi intendiamo.
Nel 2002, il lungo (24 anni) potere dittatoriale di Daniel Arap Moi lasciava il
posto al gruppo politico NARC di Kibaki. Con lui arrivava una ondata di
speranza di riscatto nella popolazione intera. La sua appartenenza alla etnia
.Kikuyu., relativamente maggioritaria (22%) rispetto alle tante altre presenti,
non avrebbe rappresentato un problema laddove i progetti di giustizia sociale e
di redistribuzione delle terre avessero trovato attuazione. Viceversa, la
corruzione, le politiche clientelari a favore di appartenenti all.etnia
vincente, la profonda spaccatura del partito di governo che ne ha determinato
un conseguente isolamento politico, unitamente al costante livello di
disoccupazione (attualmente al 40%) e al progressivo impoverimento di tanta p
arte della popolazione (inflazione 14,5%, debito estero $ 6.931 mld) hanno
prodotto un generalizzato grado di insoddisfazione, raccolto dal capo del
Partito di opposizione .Orange. (ODM), Raila Odinga, tra l.altro di etnia .Luo.
non al potere.
E. comprensibile che, in un contesto di contrapposizione così radicale,
l.elezione alla Presidenza della Repubblica assumesse una significato
fondamentale. Non va dimenticato, infatti, che la Costituzione kenyana
attribuisce al Presidente poteri elevatissimi: può sciogliere il Parlamento in
qualsiasi momento, sceglie e revoca i ministri, da lui sostanzialmente
dipendono risorse economiche e politiche da assegnare ai ministeri e la
possibilità di favorire uno stretto sistema clientelare. Se viene sfiduciato,
viene sciolto anche il Parlamento.
L.equazione corruzione e sopraffazione = gruppo etnico dominante è scattato in
modo elementare. Tanto più se il cambiamento auspicato dalla opposizione
consiste anche nel ritorno alla regionalizzazione, ovvero il diritto di vivere
e di avere proprietà in determinate zone del Paese soltanto per le etnie che di
tali zone sono originarie. Una sorta di sfratto per molti kikuyu che, in questi
anni, hanno acquisito territori in tutto il Kenya.
Ma al di là di motivazioni tribali, appare chiaro che la povertà dilagante, la
miseria delle baraccopoli, la mancanza di prospettive occupazionali e di vita
dignitosa rappresentano una scintilla in grado in ogni momento di originare la
violenza. Se non si lavorerà per una reale crescita economica e culturale della
popolazione e per una più equa distribuzione delle risorse, neppure il
prevedibile accordo tra i contendenti Kibaki e Odinga sarà in grado di dare un
futuro di speranza al Kenya.
Saverio Morselli
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