Viaggio in Cambogia
…Più che un tempio, l’ Angkor Vat pare sia un mausoleo - quello di Suryavarman II - essendo orientato a occidente e simboleggiando così la morte, in contrapposizione all’oriente, dove invece sorge il sole. Il tempio - chiamiamolo così perché Vat in khmer vuol dire tempio - è una riproduzione in miniatura dell’universo: la torre centrale rappresenta il Monte Meru, contornato da vette minori, circondate a loro volta dai continenti (i cortili sottostanti) e dagli oceani (il fossato). È cinto da un enorme fossato, largo 190 metri, che forma un gigantesco rettangolo di 1,5 km per 1,3 km, attraversato a ovest da una strada rialzata in arenaria. Il muro perimetrale ha la forma di un rettangolo di 1025 metri per 800. L’entrata principale è a ovest ed è costituita da un porticato lungo 235 metri. Nella torre che sovrasta la porta si trova la statua di Vishnu dalle otto braccia, alta 3,5 metri e ricavata da un unico blocco di arenaria. Entrando, si passa in mezzo a due biblioteche ed a due vasche rituali. La parte esterna della struttura centrale è decorata da una serie straordinaria di bassorilievi, lunghi 800 metri. Il tempio centrale è disposto su tre piani: al primo si trovano delle gallerie porticate; agli angoli del secondo delle torri minori e al terzo si erge la torre principale alta 55 metri. La scale che portano alle torri centrali sono molto ripide, a simboleggiare le difficoltà che incontra l’uomo per raggiungere il regno degli dei.
C’è poca gente a quest’ora (siamo fortunati) e ce ne sarà ancora meno durante la nostra visita che, con tutta calma, si protrae durante le ore più calde della giornata.Giriamo tutto intorno per ammirare i bassorilievi. Armato di carta e matita, ricalco alcune scritte in khmer antico che si trovano sulle colonne che sorreggono il porticato.
Salgo in cima all’Angkor Vat a “respirare la storia”, come scrive Terzani. Lo faccio da solo, Paola ha paura: le scale sono molto ripide e per di più quasi tutti i gradini sono smussati dal tempo. Io soffro di vertigini ma non posso tirarmi indietro. Arrivato in cima con tutto lo zaino di reflex ed obiettivi, mi diverto a consumare alcuni rullini: il paesaggio tutto intorno è strepitoso e le apsara scolpite sulle colonnine del cortile interno sono bei soggetti per le mie pose. Ed ora bisogna scendere. Guardo sotto: sarò ad un’altezza di 15/20 metri e mi viene un groppo in gola. Tanta strada per morire qui in Cambogia! Faccio un giro per vedere quale delle scalinate è la meno assassina e chiedo a Paola di fare lo stesso per dirmi da dove mi conviene scendere. Risposta: “Sono tutte uguali!”. Un inglese è nella mia stessa situazione: anche lui soffre di vertigini. Ci scambiamo un “good luck!”. Sistemo per bene tutto nello zaino: devo avere le mani libere. Se devo morire in questo modo che almeno Paola mi riprenda con la videocamera: ai posteri il ricordo di questo giovane che ha sfidato la sorte in quel di Angkor!
Scendendo gli orrendi scaloni - più alti che profondi e tutti erosi dall’incedere del tempo - nella stessa posizione in cui li avevo saliti (o meglio: scalati), riesco, non senza qualche tremore alle gambe, a raggiungere la salvezza. Dalla scalinata vicino è sceso l’inglese, paonazzo in viso forse per il gran caldo forse per lo scampato pericolo. Ci guardiamo e sorridiamo per l’essere ancora vivi.
Decidiamo di fare i turisti e ci facciamo portare da Mr. Sopha verso la mongolfiera, posta a un chilometro di distanza. Paghiamo gli 11 dollari a testa per salire e, assieme ad altre tre persone (non c’è gente… Tanto meglio: potremo goderci la vista dall’alto senza seccature), ce ne stiamo per alcuni minuti sospesi nell’aria. Soldi ben spesi: la vista dall’alto è mozzafiato ed è possibile farsi un idea dell’enormità e bellezza dell’Angkor Vat…
Tratto dal racconto di Viaggio in Cambogia di Fabio
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